Tempo di COP27. A Sharm-el-Sheikh, ma senza entusiasmo.

A un anno esatto dalla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Glasgow, stavolta 45mila delegati scelti si riuniscono nella famosa località turistica sul Mar Rosso, in Egitto.

Si è appena conclusa la Conferenza per stilare la Ventisettesima Convenzione quadro dell’ONU e fare il punto sugli obiettivi vecchi e nuovi. Le posizioni degli Stati, però, restano ancora distanti sui temi della finanza climatica, ovvero sule regole per la distribuzione dei fondi che dovranno far fronte alle perdite e ai danni che colpiscono i paesi più esposti alla crisi climatica. Al centro dei colloqui ci sarà proprio l’implementazione degli obiettivi stilati lo scorso anno in Scozia: il vertice ha discusso dei fondi destinati a fronteggiare l’impatto della crisi climatica e negoziare i nuovi target oltre il 2025.

Tenendo conto delle incongruenze e delle difficili trattative del 2021, in particolare dovute alle reticenze dei paesi più ricchi e alle richieste di quelli in via di sviluppo, le aspettative su COP27 erano alquanto basse: sono molte le riserve da parte dell’Occidente sulla risoluzione da prendere sui cosiddetti “loss & damage”, in quanto si teme di aprire la strada a risarcimenti da migliaia di miliardi di dollari. Già nei mesi scorsi i paesi più poveri hanno chiesto alle economie più sviluppate di prendersi le responsabilità legate alla crisi climatica magari ricorrendo a una tassa globale sul carbonio, sui viaggi aerei, sui combustibili inquinanti e sulle transazioni finanziarie. In più, la scelta di affidare la presidenza della Conferenza a un paese come l’Egitto, che non brilla certo per rispetto dei diritti umani, liberà fondamentali e della natura, ha sollevato proteste e ancor più dubbi da parte della società civile e delle organizzazioni non governative, come Amnesty International. Senza contare poi che per molti attivisti – come per esempio Greta Thunberg – che si battono contro il climate change, ormai disillusi sulle reali capacità dei leader mondiali di trovare accordi e mantenerli, le conferenze delle Nazioni Unite non sono altro che greenwashing, cioè solo “ecologismo di facciata”, marketing e niente più.

Qual è, dunque, il significato di questa Conferenza di Sharm-el-Sheikh? Esso sta nel comprendere se i governi mondiali stanno tenendo fede, oppure no, agli impegni assunti con l’Accordo di Parigi del 2015 e poi a Glasgow. Su tutto, inoltre, aleggia la crisi energetica, e le risposte ad essa – si veda la riapertura all’energia nucleare –, dovuta alla attuale guerra in Ucraina. Infatti, pare proprio che alcuni paesi, per esempio un gigante economico come la Cina, non abbiano alcuna intenzione di rivedere al ribasso il proprio futuro fatto di carbone e non abbiano intenzione di prendere impegni definitivi che li danneggino.

A oggi sappiamo che per limitare l’aumento delle temperature globali attorno a 1,5 gradi centigradi, la soglia definita dall’Accordo di Parigi, le emissioni nette di gas serra dovrebbero scendere del 43 per cento entro l’anno 2030. L’ultimo report sulle emissioni di CO2 nel mondo, consultabile sulla pagina online de’ “Il Sole 24 Ore”, restituisce però un’altra situazione: gli scienziati paiono sicuri nel vedere il trend aumentare, anziché diminuire, del 10,6 per cento. In testa alla triste classifica c’è la Cina con 12.466,32 di emissioni totali, seguita da Stati Uniti (4.752,08), India (2.648,78), Russia (1.942,54) e Giappone (1.084,69), cui occorre aggiungere la Comunità Europea. Queste sono le economie che emettono più anidride carbonica al mondo. Esse «rappresentano il 49,2 per cento della popolazione mondiale, il 62,4 per cento del PIL globale, il 66,4 per cento del consumo di combustibili fossili e il 67,8 per cento delle emissioni globali di CO2 fossile. Tutti e sei – conclude l’articolo dell’autorevole giornale finanziario – hanno aumentato le emissioni di CO2 nel 2021 rispetto al 2020». La produzione di energia resta è il principale responsabile di emissioni di gas serra.

Oltre agli interventi governativi, il taglio delle emissioni di CO2 per combattere il surriscaldamento globale deve anche chiedere aiuto alla natura: le foreste, in tal caso, sono fondamentali nell’abbattere la quantità di CO2 immessa nell’atmosfera. La loro sistematica distruzione, però, pesa sul cambiamento climatico sia indebolendo l’azione degli alberi, sia liberando altro gas serra.

Qualcuno, come Kathleen Rogers, presidente mondiale dell’Earth Day Network di Washington, prova a trovare un barlume nei giovani, nelle nuove generazioni che stanno dando il loro contributo ai negoziati sul clima con la “Youth4Climate” puntando sull’educazione ambientale e attraverso altre importanti iniziative internazionali.

Fonte: Cop27.eg