Pacco, doppiopacco e… Pacco sostenibile

Ripensare il packaging in termini di economia circolare. Da molti anni, ormai, le aziende che si occupano di imballaggio, in qualsiasi settore, stanno riorganizzando il concetto grazie all’uso di materiale riciclabile, riutilizzabile e biodegradabile, insomma, attento alla salvaguardia dell’ecosistema. Il problema, però, è che sono ancora troppi gli imballaggi di plastica che fanno bella mostra tra gli scaffali dei supermercati e di negozi di vario genere, così come ancora poco attenti sono i consumatori. Il risultato è una cifra troppo elevata di produzione di rifiuti che, spesso e volentieri, finiscono anche al di fuori dei vetusti cassonetti inquinando l’ambiente.

Una recente ricerca pubblicata sul Journal of Industrial Ecology ha messo in luce come, purtroppo, si sia ancora lontani dagli obiettivi minimi. I primi al mondo nella classifica dei produttori di rifiuti da imballaggio sono gli Stati Uniti (il 19% dei rifiuti globali del packaging), poi il Brasile (14%), e la Cina (12%). Rispetto ai consumi, il continente americano intero tocca il 36% del totale, mentre al secondo posto si colloca l’Asia col 26%, e al terzo l’Europa col 23%. Nello specifico, si è visto che il settore che produce il maggior numero di rifiuti “da pacco” è l’industria alimentare: infatti, sono carne, pesce e latticini le merci che generano moltissimi rifiuti legati al packaging.

Per favorire la transizione verso l’economia circolare, le aziende che producono imballaggi dovrebbero ripensarne le caratteristiche e il ciclo di vita. Un packaging che si rifà ai principi dell’economia circolare deve ridurre il proprio impatto ambientale sia nella fase di produzione, riducendo le emissioni di CO2, sia nel fine vita con riciclo e/o riutilizzo. Infatti, nella fase di progettazione il cosiddetto ecodesign dovrebbe rendere minimi gli sprechi di energia, di materiali e così via rendendo poi possibile estendere il ciclo di vita dei prodotti, e contribuendo a ridurre i rifiuti. Ciò farebbe sì che, una volta conclusa la sua funzione, l’imballaggio e i materiali di cui è composto possano generare ulteriore valore con la reintroduzione nel ciclo economico e il riutilizzo all’interno di quello produttivo. L’imballaggio biocompostabile è fondamentale per evitare l’accumulo di materiale non riciclabile nelle discariche e, al contempo, per generare rifiuti trasformabili in compost per la fertilità dei suoli e per favorire la decarbonizzazione dell’atmosfera.

Le azioni che tendono a favorire e incentivare il riciclo e il riutilizzo del packaging non mancano affatto. Una di queste si chiama Zero Waste Europe ed è stata promossa da una rete di organizzazioni locali e nazionali di tutta Europa. Partendo da uno studio su venti tipi di imballaggio diversi, sono state analizzate le categorie con un alto impatto ambientale e quelle che, invece, hanno il maggior potenziale per diventare riutilizzabili. Da qui è nata la campagna di sensibilizzazione su i social network chiamata “#GetBack”, che ha l’obiettivo di promuovere i sistemi di riuso e la loro armonizzazione attraverso una struttura organizzativa europea: infatti, costruire un meccanismo di riciclo degli imballaggi efficiente, accessibile e alla portata di tutti è basilare per poter passare da un sistema economico lineare a uno circolare. L’idea di “#GetBack” – che riprende la famosa canzone dei Beatles – è di tornare a privilegiare le pratiche di riutilizzo precedenti alla diffusione della plastica monouso, in modo tale da poter garantire un uso circolare delle nostre risorse. Il meccanismo di mercato che guida questo approccio è quello del drop off point (ovvero, punti di consegna) su larga scala.

Attori importanti in questo ciclo economico sono i consumatori, i quali dovrebbero orientare gli acquisti verso le aziende che si impegnano per la circolarità e la sostenibilità dei prodotti e del loro confezionamento. È importante, però, che le imprese forniscano un’informazione trasparente, specie sulla possibile destinazione finale degli imballaggi dei prodotti, mentre sarebbe opportuno incentivare economicamente i cittadini (es. sconti per il reso dei vuoti o la detassazione dei materiali circolari e sostenibili), per favorire e indirizzare la loro scelta: infatti, nel momento in cui è chiamato a prendere parte attiva nella filiera, il consumatore non ha un ruolo secondario, bensì fondamentale, all’interno dell’economia circolare del packaging. Di fatto, i rifiuti vengono prodotti anche tra le mura domestiche quando gettiamo via i pacchi non appena essi abbiano terminano il loro compito di protezione e contenimento di un prodotto. Per tale motivo, una rivoluzione verde dovrebbe partire anche dalle piccole azioni quotidiane e dalle proprie abitudini d’acquisto utilizzando un imballaggio sostenibile. Ciò contribuirebbe anche ad aiutare le imprese a mantenersi competitive sul mercato del futuro, in quanto sarebbero in qualche modo “costrette” ad adattarsi alle richieste e alle abitudini di consumatori consapevoli e responsabili.

A proposito di attenzione al consumatore e all’ambiente, ci sono diverse aziende in giro per il mondo che si sono rivolte al packaging sostenibile, che oggi è un vero e proprio terreno di innovazione tecnologica, volto a ridefinire l’impronta ambientale effettiva dell’imballaggio dalla produzione allo smaltimento. Dagli “adesivi hot melt” con carbon footprint negativa della multinazionale Henkel, che ha l’81% di materie prime a base biologica, all’eco-packaging di REV fatto di mono-materiale e totalmente riciclabile, fino a realtà minori, ma sempre più affermate, come Ondabox, con imballaggi di cartone ondulato composti da carta di recupero ricavata da processi industriali e raccolta differenziata, e come Packaging Specialist, che a sua volta utilizza un particolare mix di carte ad alta resistenza cucite assieme e prodotte al 100% in Italia.

Insomma, la lotta alla plastica continua…

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